"È che agosto, il pieno agosto, a Palermo è insopportabile.
Alla fine, sono i quarantadue gradi a farmi scivolare un rivolo di sudore giù per il collo. È partito dall’attaccatura dei capelli, qui dietro all’orecchio, dove il neo spicca proprio a filo con i miei sottili capelli biondi.
Lui scivola. Scivola. Scivola fino a solleticarmi il collo e atterrarmi tra il solco dei seni, obbligandomi cosìad allentare l’abbraccio dell’abito che strizza il mio corpo sudato.
Lascio cadere una delle spalline. È nera, come tutto il vestito, ma è quella in cui si è tirato un filo.
È la sottile spallina a cui lui ha tirato un filo, perché l’ha strattonata con violenza, e lo ha sentito quello strappo, ma se ne è semplicemente fregato, continuando finché non gliel’ho fatto notare alla fine di tutto.
«Tanto lui te ne comprerà uno uguale, non perdere tempo a lamentarti». Non è stato delicato neppure con la gonna dell’abito, che ha alzato e avvolto attorno alla mia vita, prima di sollevarmi tra le sue braccia e permettersi di fare ciò che io comunque gli ho lasciato fare.
Scoparmi.
Fottermi.
Usarmi.
Lì, contro alla parete in marmo del lussuoso bagno di un altrettanto lussuoso locale della parte più lussuosa di Palermo.
Guardandomi negli occhi. Perdendosi nel mio celeste mare, mentre a me non ha permesso di addentrarmi in quel nero fitto.
Proprio fitto, fitto. Che più fitto non si può.
Lì, poco fa, non ho avvertito il caldo asfissiante dell’agosto di Palermo. C’era l’aria condizionata, ma soprattutto c’erano le sue braccia a farmi restare a un passo dall’Inferno, mai oltre, e quindi a non farmi capire se ci fosse caldo o freddo, o se fosse presto o tardi.
Io capisco solo una cosa, quando siamo così, in quel modo feroce e proibito: pericolo porta il suo nome, in realtà.
È bello – da morire. È proibito – da morire. È pericoloso – e può farmi morire…".
Tutti i diritti riservati © copyright Elisa Gentile

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