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venerdì 25 maggio 2018

NOIR. UNA PERFETTA BUGIARDA #PROLOGO


Agosto 2014, Palermo. 

È che agosto, il pieno agosto, a Palermo è insopportabile. Un rivolo di sudore mi scivola giù per il collo. È partito dall’attaccatura dei capelli, qui dietro all’orecchio, dove il neo spicca proprio a filo con i miei sottili capelli biondi. 
Lui scivola. Scivola. Scivola fino a solleticarmi il collo e atterrarmi nel solco dei seni, obbligandomi ad allentare l’abbraccio dell’abito che strizza il mio corpo sudato. 
Lascio cadere una delle spalline. È nera, come tutto il vestito, ma è quella in cui si è tirato un filo. 
È la sottile spallina a cui lui ha tirato un filo, perché l’ha strattonata con violenza, e lo ha sentito quello strappo, ma se ne è semplicemente fregato, finché non gliel’ho fatto notare, alla fine. 
«Tanto lui te ne comprerà uno uguale, non perdere tempo a lamentarti». 
Non è stato delicato neppure con la gonna dell’abito, che ha alzato e avvolto attorno alla mia vita, prima di sollevarmi tra le braccia e permettersi di fare ciò che io comunque gli ho lasciato fare. 
Scoparmi. Fottermi. Usarmi. 
Lì, contro la parete in marmo del lussuoso bagno di un lussuoso locale della parte più lussuosa di Palermo. 
Guardandomi negli occhi. Perdendosi nel mio celeste mare, mentre a me non ha permesso di addentrarmi in quel grigio metallico, che però spesso si trasforma in un denso blu cobalto. Che più denso non si può. 
Lì, poco fa, non ho avvertito il caldo asfissiante dell’agosto di Palermo. C’era l’aria condizionata, ma soprattutto c’erano le sue braccia a farmi dimenticare ogni altra cosa. 
Quando stiamo insieme, in quel modo feroce e proibito, mi è chiaro: il pericolo porta il suo nome. 
È bello, da morire. È proibito, da morire. È pericoloso, e può farmi morire… 
Anche io potrei essere pericolosa per lui, ma sembra non interessargli; o lo nasconde così bene da non badarci, quando siamo a un passo dall’inferno e si concentra su come muovere i fianchi contro i miei, per arrivare a conficcarsi nella mia anima e a non voler andarsene più. 
«Oh, Dio! Che caldo!». Sollevo le mani e mi sventolo il volto, senza però trovar sollievo. Anzi, sulle mani sento ancora il suo odore. Quello più proibito, quello che io mi porto addosso. 
Avvicino le dita alle mie labbra, alle narici. Oh, sì! È buonissimo. Intenso. È suo… 
E leccandomi le labbra sento il suo sapore, il suo nettare che ancora una volta ha rischiato di affogarmi mentre, guardandolo negli occhi, non ha voluto aspettare di lasciarsi andare, ma ha voluto alzarmi l’abitino in vita, strattonare la bretellina fino a far cedere quel filo, sollevarmi tra le braccia, scansarmi le mutandine e scavarmi fino in fondo. 
Un’intimità che lui conosce bene, che ha sperimentato, di cui vorrebbe fare a meno ma che poi si viene a prendere,  senza preavviso, se non con un cazzo di sguardo, di quelli imbestialiti, un attimo prima.
 Rabbioso, feroce. 
Prende. Se ne va. Ecco tutto. 
Mi passo una mano sul collo, butto la borsetta a terra, e finisce in un angolo. Scalcio le scarpe con il tacco, mollandole dove capita, perché oggi non le sopporto proprio, e nel frattempo sposto la mano dietro, sulla nuca, poi di nuovo davanti, poi ancora dietro e alla fine giù, tra i seni, raccogliendo quel sudore che lui mi ha lasciato addosso, imbrattato del suo profumo strepitoso. 
Faccio scorrere il palmo sudato sul tessuto attillato dell’abito, che si tende sui fianchi e si arriccia, proprio perché deve cadere così. Ma sento talmente caldo che mi dimentico in fretta di avere le gambe nude e di camminare a piedi scalzi sul parquet. 
È che più ci penso, più questo caldo mi fa sudare, più l’abito mi si appiccica addosso e diventa insopportabile, come l’agosto a Palermo. 
Penso alle sue mani grandi che strisciano rudi sul mio corpo. Penso a come non mi abbia mai più accarezzato con dolcezza, perché, dice, la rabbia lo logora. E io gli faccio schifo. Tanto da desiderarmi comunque tanto, troppo, da non poter resistere. 
Penso ai suoi occhi, di mille colori diversi che però non hanno nulla a che fare con l’arcobaleno. C’è qualcosa di più profondo, lì dentro. Ma sono sempre così cattivi, pronti a farmi fuori, a non darmi pace e a volermi solo ricoprire di insulti. Penso al suo completo elegante. Alla sua cravatta stretta attorno al collo. Ai suoi capelli sempre perfetti, neri, che pettina come capita, e a quell’accenno di barba ispida che porta in maniera divina. 
A lui sta bene. Ad altri non donerebbe; gli altri uomini possono solo invidiare tanta perfezione. 
Perfezione che è ridotta a diversità. 
A disagio. 
A una diversità insormontabile. 
A un filo strappato su una bretellina, a un odore sui polpastrelli e a un sapore sulla lingua. 
Ma mai a occhi che si cercano: i nostri, soprattutto mentre scopiamo, non tentano mai di inseguirsi. Si sfidano, magari, ma non si incontrano! 
Apro il frigorifero e tracanno una bottiglietta di acqua. Deglutisco affannandomi per cercare di riprendere fiato, riavvito la bottiglietta e la appoggio in piedi sul piano della cucina. In frigorifero però c’è quella bottiglia di Nero D’Avola ancora da stappare, che avevo conservato per una cena con le amiche del venerdì sera che non abbiamo ancora mai fatto. Mi decido ora, alla fine. Solo perché lui non mi si leva dalla mente, e solo perché c’è caldo e il mio sudore porta il suo odore. 
Prendo la bottiglia dal frigorifero e il cavatappi dal cassettone delle posate e me li porto sul tavolo al centro della cucina. Il rumore del cavatappi nel sughero è fastidioso, ma con un paio di giri ecco che il tappo salta e il profumo pungente del vino riesce a riempirmi le narici. 
Torno indietro per aprire lo stipetto dal vetro satinato e afferro un bicchiere panciuto. 
Riprendo la bottiglia di vino rosso. Me ne verso un bicchiere, e come se fossi ancora in quel lussuoso ristorante di poco fa nel centro di Palermo, lascio ondeggiare il liquido sporcando le pareti di cristallo. 
Lo assaggio. Schiocco le labbra e faccio un verso di apprezzamento. “Buono. Ottimo”. Però non serve: lui resta qui. 
La sua freddezza, i suoi occhi metallici che, gelidi, virano al blu cobalto, restano con me. Come anche la cattiveria, il bacio feroce, e le mani rudi che mi hanno stretta contro il muro dei bagni per darmi quell’angolo di inferno che io mi sono cercata, solo perché l’ho tentato con uno sguardo di troppo. Uno di quelli languidi, uno di quelli tra le bottiglie di vino bianco a tavola, mentre tutti discutevano solo di numeri, di altri numeri.
 Non ha pensato nemmeno per un istante che fosse stato un caso. Lui sa che non è mai un caso e che mai lo sarà se continueremo a far esistere questo assurdo e proibito noi. 
Sarà il vino. Sarà che ho bisogno di lui. Sarà che lo voglio e che non posso averlo, ma piego le dita dei piedi sul parquet, sento i muscoli delle gambe contrarsi, e quelli delle cosce tendersi. 
Di nuovo sudore che mi scivola giù dalla nuca, lì, dall’attaccatura dei capelli. Di nuovo caldo, caldo incredibile. Ancora agosto. 
Lascio la cucina a piedi nudi. Porto però con me il bicchiere. 
Mi abbandono sul divano, proprio di fronte al televisore sessantacinque pollici. 
Appoggio il bicchiere di vino sul tavolino basso, stringo le cosce e sollevo i fianchi. Alzo l’abitino stretto che si arriccia. Mi sfilo le mutandine di pizzo e le appoggio accanto a me, sul divano. 
Rilasso la schiena. Allargo le cosce. Chiudo gli occhi. E le mie mani, nel silenzio rotto solo dai miei gemiti, diventano le sue... 
Non rudi. Gentili. Non feroci. Dolcissime. Non impazienti. Calme. 
Sotto le mie palpebre abbassate, però, ci sono i suoi occhi strani. I suoi capelli stretti tra le mie mani, la sua bocca che cerca la mia e i suoi denti che mi mordono con rabbia. 
C’è il suo «Solo da me ti fai scopare così, vero Gresia?», e dita che mi lasciano i segni sui fianchi per quanto stringono e affondano con furia. 
C’è il suo rancore. Il suo volermi a qualsiasi costo, senza mostrare quanto mi desideri. 
C’è il suo odore. Il suo profumo costoso. 
C’è la sfumatura ambrata della sua pelle. Il suo accento americano. C’è il suo respiro affannato, c’è…
 «Ahh…». 
Le mie dita si bagnano del mio piacere. Getto indietro la testa accarezzandomi il clitoride, e immaginando che sia lui a farlo, sollevo i fianchi e scatto con le anche. Ecco che infila il cazzo dentro di me, si solleva con le braccia e spinge, spinge fino ad arrivare in fondo. Con prepotenza, con quei denti serrati e lo sguardo corrucciato. 
In affanno. Affondando dentro di me come se io fossi per lui il posto migliore del mondo. «Ohh!». 
Stringo le cosce, la mia mano resta lì intrappolata, proprio come ogni volta che tento di intrappolare lui in me. Con me. È che non ci riesco mai. Lui non resta mai a lungo dentro di me, dopo che abbiamo finito. Si spinge un altro paio di minuti, sì. Rotea i fianchi, sì. 
Ma non mi guarda. Non mi osserva. Non mi bacia. Non più. Lui, quando la mia carne smette di rabbrividire, si sfila da me, si tira su i boxer e i pantaloni e si sistema la camicia inamidata sotto la cintura in cuoio. Prende la giacca, la indossa, e se ne va. Senza voltarsi, senza un bacio, senza uno sguardo. E mi sta bene. Perché se resta è peggio: mi guarda abbandonata lì sul letto – o sul tavolo, o sul divano, o distesa sul pavimento, o contro il muro di un lussuoso bagno – e tutto il suo disgusto si manifesta in quella smorfia rabbiosa. In quelle parole avvelenate. In quei gesti maledetti. Si riveste con furia, ruggisce il suo «Soddisfatta, Gresia?», e se ne va. 
Mi solletico appena il clitoride, gemendo un’ultima volta, e poi raccolgo quel rivolo di saliva scivolatomi sul mento col dito sporco di me. È lo stesso sapore che a volte assaggia lui. Gli piace, ma non me lo dice mai. Adora il mio odore, ma non me lo lascia capire. 
Distendo un braccio per prendere il bicchiere di vino rosso e accavallo le gambe, restando nuda lì in mezzo alle cosce. Bevo un sorso. Un altro. Lentamente. 
Lui, alla fine, se ne va via sempre. O ad andarmene sono io, perché lui non mi vuole con sé. O perché sia io che lui ne abbiamo abbastanza l’uno dell’altra. Perché non lo amo, crede. 
Il fatto è che io per lui sono inarrivabile. 
Il fatto è che solo un anno fa io non avrei mai dovuto cedere, e lui non avrebbe mai dovuto cercarmi. 
Io, per lui, sono l’unica cosa proibita che non potrebbe avere mai. E, quindi, sono quell’unica cosa che vuole, perché non può avermi. A dirla tutta, la verità è che Marco non vuole avermi.


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